martedì 17 febbraio 2009
sabato 24 gennaio 2009
mercoledì 7 gennaio 2009
AMICI, AMICI, AMICI...
giovedì 13 novembre 2008
TUTTI SU FACEBOOK!!!
cari amici...
non mi sono scordato di questo blog.... è che il lavoro... il trasloco (sto cambiando casa)... le cavallette... il terremoto... beh... ho bisogno di un po' di pace e riposo... e poi torno alla grande con tanti nuovi post...
NEL FRATTEMPO... mi sono iscritto a Facebook.com
fatelo anche voi e mettetemi fra i vostri amici.
cercatemi su
http://www.facebook.com/
un abbraccio...
mercoledì 2 aprile 2008
La filosofia di Charlie Brown
- Name the five wealthiest people in the world.
- Name the last five Heisman trophy winners.
- Name the last five winners of the Miss America contest.
- Name ten people who have won the Nobel or Pulitzer prize.
- Name the last half dozen Academy Award winners for best actor and actress.
- Name the last decade's worth of World Series winners.
- List a few teachers who aided your journey through school.
- Name three friends who have helped you through a difficult time.
- Name five people who have taught you something worthwhile.
- Think of a few people who have made you feel appreciated and special.
- Think of five people you enjoy spending time with.
- Name half a dozen heroes whose stories have inspired you.
venerdì 15 febbraio 2008
Dalla quarta di copertina
IL CANTO RITROVATO
Non ci credevo più... finalmente il mio romanzo "Il canto ritrovato" è in libreria... o acquistabile presso IBS.
Non so che dire... LEGGETELO SUBITO e COMMENTATELO QUI... (siate comprensivi :-) )
lunedì 7 gennaio 2008
DIECI PASSI PER PARLARE IN PUBBLICO
lunedì 17 dicembre 2007
WE SUPPORT REAL STEREO
mercoledì 12 dicembre 2007
ZITTI... ZITTI...
martedì 4 dicembre 2007
LA STRADA DEL SUCCESSO
venerdì 30 novembre 2007
5 segreti per gestirti al meglio
1) Se qualcosa arriva ad un costo molto basso, la gente pensa che sia di poco valore! Quindi considera quanto vali come persona, cerca di aumentare di valore accrescendo quello che sai fare, e non scendere a compromessi che ti umilino o che attacchino l’amore che hai per te stesso.
2) Diventa raro e difficile da trovare! Non concedere tempo ed attenzioni ogni volta che te lo chiedono. Non essere sempre disponibile! Impara a dire di no! Ma devi essere realmente occupato, quindi creati delle alternative che impieghino il tuo tempo, perché questo significa anche che hai amore per te stesso.
3) Devi essere selettivo ed avere pazienza! Creati degli standard di qualità e allontana le persone che non li soddisfano e le persone false. Vedrai, se saprai aspettare, che incontrerai persone stupende, ottimiste e piene di vita. Frequenta solo persone che ti sollevano il morale, che aumentano la tua energia interiore e che ti invogliano a sognare sempre più alti obiettivi.
4) Da’ alle persone che ti piacciono un “campione gratuito” di quello che sei capace di dare, poi tirati indietro e fa’ faticare per avere di più! È un buon metodo per far capire che non sei “affamato e bisognoso” e che è un affare che LORO ti frequentino per le belle sensazioni che gli fai vivere.
5) Fa’ stare bene le persone con le quali ti intrattieni! Ma ci devi riuscire senza adulare o fare spettacolo. Il segreto è comunicare i tuoi buoni sentimenti NON con le parole, ma con l’espressione del viso e con lo sguardo. Scoprirai che aumenterai tantissimo il numero degli amici.
lunedì 8 ottobre 2007
L'odore della minestra di lenticchie
L’odore della minestra di lenticchie gli offendeva il naso. C’era un chiaro sentore di bruciato che si distingueva tra gli altri profumi.
Bruciata! La minestra di lenticchie bruciata! Eppure la mamma lo sapeva che per lui era la cosa più buona da mangiare… e gliela brucia… così… e senza avvertirlo… e cerca di fargliela passare via come se niente fosse! E poi pretende anche che la mangi subito perché deve andare a dormire!
Nicolino era seduto a tavola, da solo. La madre già rimetteva a posto
Il papà era sul letto a leggere e ogni tanto gridava:
“Ha finito?”
“Alza i piedi e fa’ subito. Hai sentito tuo padre!” disse la madre al figlio e, senza aspettare che egli si muovesse, aveva già pulito il pavimento sotto al tavolo da pranzo, passando energicamente la scopa di saggina sopra i piedi nudi di Nicolino!
Nicolino, per nulla infastidito giacchè quest’operazione si ripeteva ormai da anni, stava ancora considerando il suo dilemma principale, ovvero se mangiare il più lentamente possibile la minestra bruciata di lenticchie sperando che, nel frattempo, la madre uscisse in cortile a stendere i panni cosicchè lui, furbo, riuscisse a gettare la pietanza nel gabinetto, tirare lo sciacquone, tornare in fretta e furia a tavola… e far finta di fare, addirittura, la scarpetta al piatto, oppure mangiare velocemente, ingollando la minestra “bruciata e tutto”, lanciare due o tre “mannaggia” alla poco professionale cuoca, lasciare un po’ di lenticchie sparse nel piatto, in modo da confondere la madre esaminatrice.
Comunque avesse deciso, al termine delle operazioni sopra descritte, sarebbe corso in camera per riposare sul letto, o meglio, coricarsi, fingere di addormentarsi, e leggere i tanto amati fumetti di guerra.
Guardò verso la sua stanza che affacciava, come le altre, come la porta di ingresso, perennemente aperta di giorno, direttamente sulla cucina.
Non era granchè invitante!
Si vedeva fin da dove era seduto che c’era un bel po’ di sabbia sulle lenzuola. E sì! Gli scocciava sempre di lavarsi i piedi e le gambe, quando tornava dalla spiaggia, e tutta la sabbia si depositava immancabilmente sulle lenzuola.
E se la sentiva sempre con fastidio, la sera, quando davvero il sonno era pesante. E sarebbe stato proprio bello dormire su un bel letto fresco, profumato, come succedeva la sera della domenica, in città.
Ma la città vuol dire anche inverno, scuola, giocare, mangiare tutti insieme in silenzio, camminare in casa con le scarpe, freddo così freddo che il cappotto non ce la fa a riscaldarti.
Non si può avere tutto!
Meglio l’estate, anche se la casa era lasciata allo “stato brado”, anche se toccava mangiare cibi un po’ approssimativi per via del fatto che si cucinava in fretta e furia alle sette del mattino, in modo che poi, alle otto, massimo otto e mezza si poteva andare tutti al mare.
Anche se c’era la sabbia sulle lenzuola, anche se era obbligatorio andare a dormire tutti i pomeriggi.
Ma poi chissà perché la mamma insisteva così tanto a farlo andare a dormire! Cosa le importava se rimaneva sveglio e andava a giocare fuori mentre lei riposava con papà. A casa, in città, non le importava un fico secco. Anzi! Lo teneva sveglio così le faceva compagnia mentre lei si divertiva a fare le parole incrociate, fino alle sei, quando il papà tornava dal lavoro!
Stava ancora pensando a queste cose, tra sé e sé, quando il padre disse, con voce sconsolata, ma leggermente impaziente:
“Anna, lascialo stare là a mangiare, e vieni a dormire. Quando finisce, finisce! Non possiamo mica stare ad aspettare che il “Conte” termini il pranzo!”
La madre, sorrise al bambino, gli strizzò l’occhio in segno d’intesa, si slacciò il grembiule dai fianchi senza dire una parola, riavviò davanti allo specchio rapidamente i capelli, e si diresse in camera, dal marito.
Nicolino sentì chiudere la porta a chiave, poi un dialogo fitto fitto tra i genitori e, sorridendo per la vittoria appena riportata, andò con calma a vuotare il piatto nel gabinetto.
di Remo Checola, © 2007venerdì 28 settembre 2007
QUELLA SERA
Quella sera sentiva la bicicletta sotto le gambe ancora più pesante del solito.
Era il peso della sfiducia.
Don Franco pedalava stancamente affondando nell’umidità della Bassa.
Il paese era quasi deserto a quell’ora.
Nei portici risuonava il rumore delle ruote della bicicletta. Un rumore liquido, che faceva capire che solo dieci minuti prima aveva piovuto.
Era così ubriaco di sensazioni, suoni, parole, immagini, che non si rendeva conto di quel che stava facendo.
Ogni tanto piegava la testa su di un lato cercando di far scrocchiare le articolazioni del collo.
La bruma gli penetrava fin dentro la veste. Era uno degli ultimi preti che andava in giro con l’abito talare. “La sottana”, dicevano i suoi parrocchiani.
Quella sottile umidità, fredda, altre volte gli avrebbe dato dei fastidiosissimi brividi per tutto il tragitto che lo separava dalla sua chiesetta alla Casa della Carità, dove faceva assistenza a quelle povere anime degli anziani del paese.
Quella sera aveva sulla pelle ben altri brividi.
Il suo capo ogni tanto ondeggiava in segno di sfiducia.
Dio mio, aiutami tu… e cominciò a recitare nella mente un’Ave Maria.
E quella bruttissima sensazione gli stava montando, sempre più, dalla mattina, precisamente da subito dopo la Messa delle sette, quando nel confessionale si era presentata quella donna.
Ma chi era quella? Lui non la conosceva. Evidentemente veniva da qualche paese vicino, ed era venuta dal lui a confessarsi perché aveva paura di farlo a casa sua. Forse temeva che il suo parroco avrebbe chiacchierato su di lei.
Che stupida! Non sapeva che i preti sono tenuti al segreto della confessione?
Oppure, più semplicemente, si vergognava di confessare i suoi peccati ad una persona che avrebbe incontrato poi tante altre volte, in chiesa, per la strada, o nelle case dei compaesani, o insieme al marito.
Chissà chi era il marito. E se sapeva.
E i suoi peccati erano veramente qualcosa di terribile… bruciante… qualcosa veramente di cui vergognarsi… qualcosa che ti fa tenere gli occhi bassi, quando incontri qualcuno che li ha conosciuti, e sommessamente, senza un filo di voce, ti dà l’Assoluzione.
Don Franco non si era ancora abituato ad ascoltare di quei peccati.
I suoi parrocchiani erano prevalentemente persone anziane. Tutti gli altri, anche se ogni tanto andavano a Messa, non si confessavano mai.
Come se la Messa fosse uno spettacolo teatrale, da vedere e basta! Ma non capiscono che se non ci si confessa, se non ci si riconcilia con Gesù, è tutto inutile?
Cercava di scaricare la sua tensione sugli errori degli altri, sul paganesimo diffuso… per non pensare ai bollenti brividi che non lo abbandonavano.
Era rimasto allibito dalla quantità di particolari scottanti che quella bellissima donna gli aveva raccontato. Aveva chiuso gli occhi, mentre lei raccontava, e non aveva avuto la forza di dirle di tagliare corto, di sintetizzare… insomma di non dire tutte quelle cose, che lo raccapricciavano, ma anche gli davano quelle forti sensazioni.
Non riusciva a scacciare via dalla sua mente la voce sensuale di quella donna. Ed il suo profumo. Era così penetrante e dolce, che se lo sentiva ancora nelle narici.
Socchiuse gli occhi per assaporarne tutto il piacere.
Dio mio, aiutami tu… e ricominciò a recitare l’Ave Maria.
E si accorse che le parole della donna erano state così descrittive, che subito aveva cominciato a vederla all’opera, mentre era a letto con l’amante. E più si scandalizzava, più continuava a guardare quelle immagini nella mente, e ascoltava, in silenzio.
I lampioni illuminavano a malapena il viale, diffondendo una luce gialla, attraverso il globo della nebbiolina che cominciava a salire.
Una coppia usciva rumorosamente da un bar. Lui sghignazzava appoggiandosi a lei. La donna, che vestiva un cappotto bordeaux molto elegante, sorrideva. Sembravano divertirsi molto.
Chissà dove sarebbero andati a divertirsi, pensò il prete, con un pizzico di invidia.
Senza accorgersi uscì dal paese e immediatamente si trovò sull’argine del Po, sotto i pioppi che cominciavano a mettere fuori le foglie.
Continuò a pedalare. Non poteva presentarsi in quello stato alle vecchine della Casa della Carità.
E poi si sentiva morire.
Mai come allora si era sentito così solo. Più che mai sentiva il bisogno di compagnia, di una persona che lo capisse, che dividesse con lui i suoi problemi, le sue difficoltà. Che gli desse coraggio per affrontare, giorno dopo giorno, quel difficile compito.
Gli tornarono in mente le parole del suo Vescovo, quando ricevette l’Ordinazione.
“… e ricordate, adesso che andrete nel mondo verranno i guai. Le difficoltà degli studi che avete affrontato, sono niente in confronto a quelle che troverete ogni giorno nella vostra parrocchia, nelle vostre attività, o anche solo quando, stanchi per aver trottato tutto il giorno, tornando nella vostra canonica, la troverete vuota, fredda. E la stanchezza vi farà addormentare sulla sedia, mentre mangerete, soli, la vostra frugale cena…”
Che sant’uomo! E com’era vero! Evidentemente aveva passato anche lui le sue tribolazioni.
Gli si inumidirono gli occhi. E di nuovo quelle immagini di passione gli affollarono il cervello. Era come se il diavolo volesse subito spegnere il fuoco della Fede.
Dio mio, aiutami tu. Fammi capire che non mi abbandoni, adesso che sono nella prova.
L’aria fredda che veniva dal fiume cominciava a sferzargli il viso.
Le piccole foglie stormivano alla brezza serale e il suono si univa al ronzio della dinamo. Il fanale della bici a poco serviva in quell’oscurità.
Improvvisamente scivolò su un grosso sasso e si trovò in un attimo a terra, con la faccia nell’erba e la testa stordita per la botta.
Rimase là, per contare le proprie ossa.
Per capire se si era fatto male seriamente.
Per riposarsi.
Una sensazione stranissima lo prese.
Si sentiva stupefatto e non capiva il perché.
Sentì una pace meravigliosa.
Qualsiasi ricordo triste lo abbandonò come per miracolo.
Un meraviglioso silenzio regnava tutto intorno.
Chiuse gli occhi per concentrarsi su quello sbigottimento. Voleva memorizzarlo, conservarlo, farne tesoro.
Li riaprì. E lo colpì un raggio di luce proveniente dal faro di un barcone che navigava sul Po.
Spostandosi, lentamente, il fascio luminoso raggiunse un ciclamino selvatico, e si fermò su di lui, per qualche secondo.
Don Franco si sollevò da terra. Lo afferrò. Anche la sua mano si illuminò per un breve momento.
Lo staccò delicatamente da terra e lo portò al naso per annusarlo.
Il profumo di quella piccola cosa gli riportò la serenità ed il sorriso.
Infilò il fiorellino in un’asola della veste, poi, inforcata con vigore la bicicletta e, cantando, si avviò verso il paese.
di Remo Checola, © 2007
giovedì 27 settembre 2007
OTTO PASSI PER CREARE UN’AMICIZIA
Talvolta, specie se ci troviamo in un posto nuovo, possiamo essere in difficoltà per fare amicizia ed entrare in sintonia con persone che hanno diverse abitudini dalle nostre. Anche in questi casi possono essere utili gli strumenti forniti dalla PNL,
1) Lui iniziava innanzitutto a ricalcare, ovvero “copiare”, la postura e la fisiologia dei loro pazienti. Partiva dal presupposto, dimostrato dall’esperienza, che la mente delle persone interpreta il linguaggio del corpo simile al nostro come un segnale di familiarità, perché ci fa pensare di avere a che fare con una persona che è “come noi”.
2) Anche ricalcare il “paraverbale”, ovvero quell’insieme di caratteristiche che accompagnano la parola, come il tono della voce il suo volume, il timbro, la velocità dell’eloquio, la cadenza, l’utilizzo di un dialetto, la capacità di pronunciare le parole più o meno dettagliatamente, con maggiori o minori pause, si è dimostrato uno strumento efficacissimo di comunicazione interpersonale.
3) Ognuno di noi utilizza e pronuncia con enfasi alcune parole più di altre. Di solito queste parole sono avverbi (sinceramente, onestamente, gentilmente, cortesemente, civilmente, amorevolmente) che rivelano quelli che sono considerati alcuni dei nostri valori più importanti. Ricalcarne l’uso nel dialogo, anche con persone conosciute da poco, significa dimostrare di condividere i loro valori, i loro metri di giudizio.
4) Ascoltare attivamente una persona significa dimostrare attenzione a quel che dice e, quindi, significa rispettare la dignità di chi parla. È molto importante quindi, quando vogliamo entrare in sintonia con qualcuno, concentrarsi su quello che il nostro interlocutore sta dicendo e non, come talvolta accade, pensare già a cosa si deve rispondere. Se siamo attenti ai discorsi altrui poi le risposte ci verranno automaticamente.
5) Quando ascoltiamo dei discorsi “personali”, ovvero quei discorsi che vengono pronunciati con una notevole dose di emozione, per dimostrare tutto il nostro rispetto nei confronti degli altrui sentimenti, è necessario che dimostriamo compartecipazione. Il metodo più efficace è “mettersi nei panni di chi parla”, ma come si fa? Quello che ritengo il metodo migliore, mentre si ascolta la persona con cui vogliamo entrare in rapport, è immaginare di uscire dal nostro corpo ed “entrare” in quello di chi parla. In questa maniera si ricalcherà immediatamente il linguaggio verbale, paraverbale ed il linguaggio del corpo, arrivando a condividere i sentimenti di chi parla e, nei casi di partecipazione più sentita, di anticiparne i pensieri e le parole, dimostrando così una piena sintonia.
6) Quando ascolti dei discorsi supportati da credenze differenti dalle tue ricorda che non è sempre necessario che tu rimarchi le differenze di vedute che esistono tra te e chi parla. La libertà di opinione è un diritto inalienabile nel nostro Paese ed è una condizione necessaria quando si vuole instaurare un’amicizia. Per questo non accendere mai una discussione su argomenti che sono opinabili. Se ti viene espressa un’opinione diversa dalla tua su un determinato argomento, esprimi la tua opinione non in contrapposizione alla sua bensi a fianco alla sua. Entrambe hanno la dignità di esistere, pertanto utilizza la congiunzione e piuttosto che l’avversativa ma, in quanto la prima unisce i due pensieri, la seconda annulla tutto quanto detto prima (il pensiero altrui) e lo sostituisce con il secondo (il tuo).
7) Quando ti accorgi che la persona con cui parli è in uno stato mentale fortemente positivo, toccala in un posto preciso. Il suo inconscio collegherà quello stato mentale al tocco effettuato in quel particolare punto del suo corpo per cui, quando tu vorrai richiamare nel tuo interlocutore quel determinato stato mentale, non dovrai far altro che toccare nuovamente quel particolare punto del suo corpo e la sua mente, automaticamente, richiamerà efficacemente quel determinato stato mentale da te desiderato. Alla stessa maniera ricordati che la mente automaticamente collega le sensazioni “forti” a tutti gli stimoli che superano significativamente la soglia di attenzione. Per questo motivo ci ricordiamo le “canzoni del nostro amore”, il “primo bacio”, “gli occhi che ci han fatto innamorare” e così via. Nel momento in cui abbiamo avuto delle forti sensazioni emotive suonava una determinata canzone, baciavamo una bocca per la prima volta nella nostra vita, eravamo presi da un determinato sguardo. Per lo stesso motivo ricordiamo, quando vogliamo consolidare nel tempo una determinata sensazione positiva in noi stessi o nelle persone che frequentiamo, di gettare “un’ancora” ovvero di creare un forte stimolo sensoriale, un tocco, una particolare parola pronunciata in un modo differente dal solito, uno sguardo, eccetera, in modo che, quando vogliamo che quella determinata sensazione positiva ritorni, ci basterà “richiamare l’ancora” nello stesso modo in cui l’abbiamo “gettata” in un primo tempo.
8) Ricordati che l’amicizia, così come tutte le belle relazioni interpersonali, specie nei primi tempi, hanno necessità di essere consolidate, proprio come una casa, fin dalle fondamenta. Pertanto ricordati ogni tanto di farti sentire dalla persona a te cara, di spedire una cartolina o una e-mail, e di continuare a “metterti nei loro panni” come i primi tempi. Se noti che loro ti seguono, richiama le ancore che avrai avuto premura di gettare a tempo debito, e vi sembrerà, come d’incanto, che il tempo non sia passato.
Se seguirai tutti questi consigli avrai trasformato, in pochissimo tempo, un conoscente in un amico.
mercoledì 12 settembre 2007
GIOCHI DI PAROLE PER CONVINCERE
I più grandi leader del mondo sono sempre stati i migliori comunicatori del loro tempo. Essi sapevano come fare per accendere l’entusiasmo, far riflettere, cambiare le credenze, motivare, far battere i cuori delle persone cui si rivolgevano.
Erano anche maestri nel saper disattivare le critiche riuscendo ad incanalare le forze nella direzione che più gli era congeniale.
Robert Dilts, uno dei più importanti esponenti della Programmazione Neurolinguistica a livello mondiale, ha studiato le strutture linguistiche dei maggiori leader e comunicatori della storia e ne ha estratto i modelli denominati Sleight of mouth (giochi di parole) che reincorniciano le affermazioni dei critici, ne cambiano le dimensioni rispetto al contesto, e ne utilizzano la forza propulsiva a proprio uso e consumo, così come alcune arti marziali fanno rispetto allo slancio del rivale attaccante.
1) Cambiare il risultato: “Lei dice che costa troppo? Effettivamente questa casa dà moltissime cose che altre case in periferia non danno e, quindi, il suo valore è molto alto”.
2) Cambiare le dimensioni temporali, spaziali, ecc., della cornice: “Lei dice che costa troppo… ma rispetto alle auto sue concorrenti, che hanno le stesse prestazioni in termini di spazialità, prestigio, consumi, costa circa il 30% in meno”.
3) Reincorniciare il contesto: “Lei dice che costa troppo… ma ad un costo elevato corrisponde una qualità elevata che si traduce in bassi costi di manutenzione e alta valutazione in caso di vendita dell’usato”.
4) Reincorniciare il contenuto: “Lei dice che costa troppo? Scommetto che lei non conosce molte auto di questa classe che costano così poco e danno così tanto”.
5) Gerarchia di valori: “Lei dice che questa auto costa troppo ma… cosa è il suo prezzo rispetto alla consapevolezza di avere un’auto dalla linea nuovissima, potente nei sorpassi, sicura nella tenuta di strada e in caso di crash, che consuma pochissimo gasolio, e che mantiene il suo valore negli anni?
6) Controesempio: “Lei dice che quest’auto costa troppo eppure se lei vede su Quattroruote o se va a fare una visita dai rivenditori dell’usato troverà lo stesso modello ad un prezzo superiore di almeno il 15%”.
7) Reincorniciare le critiche: “Ha paura che il progetto fallisca? È naturale che lei ci tenga tanto a investire positivamente i suoi denari”.
8) Capovolgere le critiche: “Ha paura di perdere i suoi denari in questo investimento? Ma quanto le costerà rinunciare ad un investimento che le può far ritornare il 20% e lasciar erodere i suoi soldi dall’inflazione?”
9) Trasformare le critiche in domande: “Le sembra un progetto irrealistico? Come potremmo rendere più realistico e concreto questo progetto?”
Un’altra tecnica è quella di reincorniciare le parole, oppure cambiarne le dimanzioni rispetto al contesto, utilizzando gli aggettivi per noi più funzionali.
10) Reincorniciare le parole: inflessibile=responsabile; insincero=giocherellone; avaro=parsimonioso; noioso=tranquillo; sempliciotto=amichevole; spendaccione=generoso; distratto=immaginativo; rompiscatole=attento critico; puntiglioso=preciso; mentire=raccontare favole; sordo=audioleso; storpio=disabile; ecc.
11) Chunking down: “Tu non sei brutta, hai solo le orecchie un po’ grandi; tu non sei un’asino, hai solo un po’ di difficoltà in matematica; non sei una schiappa a tennis, devi solo imparare meglio il rovescio; non sei sull’orlo del fallimento, hai effettuato alcune operazioni rischiose che devi far rientrare”.
12) Chunking up: “Tu non sei brutto, hai un viso fuori del comune; non sei litigioso, difendi i tuoi principi non negoziabili”.
13) Intenzione positiva: “Mi fa piacere che tu non mi dia subito la risposta: mi piacciono le persone riflessive, perché hanno più tempo per comprendere i vantaggi che offre il mio prodotto”.
Se quindi studierete questi schemi linguistici prima di presentare le vostre idee sarete certi di avere gli strumenti necessari per disinnescare ogni tipo di critica e portarla dalla vostra parte.
mercoledì 5 settembre 2007
IL LINGUAGGIO DEI SIMBOLI SOCIALI
Quando parliamo di Simboli sociali intendiamo tutto quello che accompagna il nostro corpo e che ha dei riferimenti nella cultura della società nella quale vengono espressi.
Pertanto mi riferisco specificamente agli abiti, alla foggia ed alla lunghezza dei capelli, ai tatuaggi, alle cicatrici, al piercing, alle colorazioni artificiali della pelle, all’abbronzatura, agli oggetti che portiamo con noi, ai mezzi d’uso.
Un postulato delle Scienze della Comunicazione è che non è possibile non comunicare.
In una sala d’aspetto in stazione possiamo parlare con il nostro vicino di sedia oppure possiamo aprire un giornale e leggere, possiamo guardare il tabellone degli orari dei treni o semplicemente dormire… comunque, a chi ci guarda, stiamo comunicando qualcosa: può essere la nostra socievolezza mediante delle chiacchiere, può essere l’idea di persona che si informa, di una persona che sta aspettando un treno per partire o, infine, di una persona che ha sonno. Comunque avremo comunicato qualcosa.
Anche se ci chiudiamo in casa da soli e non usciamo per una settimana, avremo comunicato ai nostri vicini un messaggio: quello di non voler avere contatti con nessuno per non essere disturbati!
Effettivamente riuscire ad effettuare una comunicazione precisa è tutt’altro che facile, in quanto ognuno ha una mappa differente nella propria mente e si rappresenta la realtà in modo diverso dagli altri. Tornando all’esempio del chiudersi in casa, i nostri vicini potrebbero effettivamente interpretare questo gesto in più modi. C’è chi potrebbe pensare che non vogliamo essere disturbati, ma qualcun altro potrebbe pensare che ci siamo ammalati e, per aiutarci, potrebbe venire a chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa. Addirittura potrebbero pensare che siamo morti, se non emettiamo nessun rumore!!!
Dipende solo dalla società nella quale siamo inseriti. Possiamo abitare in un quartiere dove la privacy è molto sentita e rispettata oppure in un quartiere dove la solidarietà e l’amicizia supera le barriere familiari e ognuno sa un po’ della vita degli altri.
Quindi abbiamo visto che non è possibile non comunicare. Per questo motivo è necessario che la nostra comunicazione trasmetta esattamente i messaggi che noi vogliamo che gli altri recepiscano, in modo che non ci rispondano in maniera differente da come ci aspettiamo e, quindi, non ne otteniamo un disturbo.
Alla stessa maniera l’utilizzo dei simboli sociali di cui ho parlato prima può avere un significato diverso a seconda dei luoghi nei quali vengono utilizzati.
Se una donna ha sul viso una serie di cicatrici possiamo pensare che sia stata seviziata, invece sappiamo che nell’Africa centrale questi segni sono considerati simboli di avvenenza.
Portare i capelli cortissimi, o completamente rasati, può significare l’appartenenza ad un gruppo di naziskin, o l’appartenenza ad uno specifico corpo militare oppure solamente l’identificazione in un personaggio della televisione!
Lo stesso dicasi per una determinata foggia di capigliatura. Negli anni Sessanta portare i capelli lunghi alla Jimi Hendrix o portarli alla foggia dei Beatles aveva un significato bel preciso.
Quindi il problema, se vogliamo essere congruenti nella nostra comunicazione, sarà innanzitutto chiederci: Chi sono io? Quale ruolo voglio interpretare nella società in cui vivo?
Facciamo alcuni esempi.
A Milano, zona del centro, nell’estate del 2007, sappiamo se si indossano i jeans nuovissimi e “a zampa d’elefante”, con una camicia azzurra con macchie d’inchiostro bianche, capelli ricci a “pallone”, occhiali da sole “a goccia”, si può essere scambiati per un personaggio uscito da un film “on the road” dei primi anni Settanta.
Mentre se indossiamo un completo gessato blu scuro, camicia bianca e cravatta scura a righe, capelli corti e ben pettinati, potremmo essere scambiati per un avvocato che è uscito dallo studio ben “accorsato” per andare a bere un aperitivo. Potrebbe essere sufficiente aggiungere un orecchino al lobo sinistro, un tatuaggio sul collo, un fisico ben sviluppato, per essere scambiati per un modello che è appena uscito da una sfilata di moda.
Per una ragazza utilizzare lo stesso abbigliamento, per esempio una minigonna, degli stivali fin sopra al ginocchio e qualche piercing sul viso può avere significati differenti se lei ha un portamento ben eretto e guarda le vetrine sotto i portici, oppure se ciondola un po’ ed è sull’imbocco della tangenziale.
Un viso molto truccato e abbondanti collane e bracciali vengono visti differentemente se la ragazza che li porta è insieme ad altri ragazzi che ascoltano la musica in piazza San Lorenzo o se è al bar del Country club.
Quindi, dopo esserci chiesti quale ruolo vogliamo avere nella società, ricordiamoci di studiare i modelli che sono paradigmatici di quei ruoli; studiamo i significati che il linguaggio dei simboli sociali attribuisce nella società nella quale siamo inseriti e, quindi, scegliamo se adottare, o meno, i relativi simboli identificativi di quel sistema sociale.
Qualunque scelta avremo fatto, se adottarli o no, comunicherà agli altri membri di quel sistema un messaggio che sarà comunque interpretato.
Il mio consiglio, pertanto, è di ricordarci di utilizzarli con consapevolezza.
giovedì 23 agosto 2007
INNAMORARSI E' FUORI MODA
Innamorarsi è fuori moda.
venerdì 10 agosto 2007
Farlo innamorare di nuovo (parte seconda)
Dopo aver pubblicato il precedente post su questo argomento, si è aperta un’accesa discussione tra le mie amiche e i miei amici.
Le opinioni dominanti erano (stranamente) legate al sesso di chi le esprimeva.
Le donne per lo più dicevano che:
a) gli uomini non si vogliono assumere le loro responsabilità sul disamoramento (qui non ho approfondito, ma vorrei sapere che significa assumersi le proprie responsabilità – aspetto delucidazioni);
b) gli uomini sono volubili e si distraggono con altre donne.
Gli uomini, invece, dicevano che:
c) le donne, una volta sposate, smettono tutte quelle affettuosità che avevano durante il fidanzamento;
d) le donne, dopo la nascita dei figli, non vedono più il marito come un uomo, bensì come un padre, per cui gli uomini non si sentono più considerati degli di attrazione.
Io, chiaramente, mi astenevo… per tanti motivi… il primo è perché sono un uomo, per cui potrei vedere la cosa solo dal mio punto di vista. Il secondo è perché, probabilmente, la verità sta (come spesso accade) nel mezzo.
Proviamo a pensare che lo sia davvero, nel mezzo. Quindi, ipotizziamo che:
1) davvero gli uomini scaricano le loro responsabilità sulle donne e quindi sono essi stessi corresponsabili;
2) davvero gli uomini sono volubili;
3) davvero le donne dopo il matrimonio smettono di essere affettuose;
4) davvero le donne, dopo il matrimonio, vedono il marito come un padre e non come un uomo.
Se gli uomini si impegnassero a NON essere più volubili e ad assumersi le proprie responsabilità, in che modo poi le donne avrebbero il segnale per fare la loro parte, ovvero essere di nuovo affettuose con i loro uomini E considerarli tali, ovvero innanzitutto come dei maschi e non come dei “bravi padri”?
giovedì 2 agosto 2007
Come farlo innamorare di nuovo
Perchè, in un rapporto a due, gli uomini si disamorano sempre prima delle donne?
E' un processo irreversibile oppure si può ritornare all'amore originario?
Chissà quante volte le donne, forse anche tu, si sono poste queste domande.
Forse anche gli uomini attraversano problemi simili.
Eppure, nonostante si ritorni alle medesime domande, le risposte sembrano essere sempre le stesse.
Gli uomini sono incostanti... per questo si disamorano sempre delle loro donne... ed il processo è irreversibile!
Queste risposte, purtroppo, denotano solo un generale pessimismo e cattivo pregiudizio nei confronti degli uomini che, per esperienza personale acquisita da decine e decine di interviste che ho fatto ad amici e colleghi di lavoro in questi ultimi anni, invece, se potessero dare le loro risposte alle stesse domande direbbero:
"gli uomini si disamorano delle loro donne solo se accadono alcuni eventi ben precisi e il fenomeno è sempre reversibile purchè si ristabiliscano le condizioni che avevano determinato l'innamoramento".
E se io ti dicessi che ho sentito la loro versione, sul perché si sono disamorati delle proprie donne e su cosa potrebbe di nuovo farli innamorare… e che ho avuto le risposte più diverse… ma tutte riconducibili ad alcuni schemi di comportamento femminili che si ripetono sempre?
Credo che una risposta come questa potrebbe dar fastidio a molte donne, quelle che faticano a mettersi in discussione, quelle che faticano a mettersi in gioco, ma alcune altre, quelle che sono veramente interessate ad avere per sempre un rapporto di amore con il proprio uomo, vorranno sicuramente saperne di più in questo argomento.
Cos'è che fa disamorare gli uomini?
Se il fenomeno è reversibile... Come si può farli di nuovo innamorare?
Hai mai pensato di possedere tutti gli strumenti per far innamorare il tuo uomo e poi, tutto ad un tratto, non sapere più come prenderlo?
E se qualcuno ti chiedesse: “se desideri farlo innamorare di te devi solo…” tu lo ascolteresti con tutta la tua attenzione e con tutto il tuo cuore?
(Fine prima parte)
lunedì 30 luglio 2007
Treviso e i giovani in amore
giovedì 26 luglio 2007
Raffreddamento collettivo
mercoledì 25 luglio 2007
Norme di comportamento su questo blog
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